
Prefazione
All’ombra del Grande Gelso il tempo scorreva lentamente come l’acqua del fiume, fresca e piena di vita, quasi baciata dai suoi maestosi rami che con l’arrivo della Primavera si vestivano di verdi foglie tanto da renderlo sempre più forte e orgoglioso di vegliare sull’aia di cemento battuto, palcoscenico di mille indimenticabili momenti.
Ancora oggi, chiudo gli occhi e li apro immaginando di scivolare indietro nel tempo, ricordando con tanta nostalgia gli infiniti colori della natura, come quegli arcobaleni che si formavano su nel cielo dopo una giornata di pioggia, che cadeva tanto lenta da sembrare che il cielo piangesse e mi piaceva pensare che ad ogni pianto corrispondesse una gioia, quella della terra arsa dal caldo sole di Sicilia la quale accoglieva fra le braccia - come una madre fa col proprio figlio -, quella tanto attesa acqua che gli alberi- primo fra tutti Lui, il Grande Gelso- destinavano ai propri frutti.
Sospiro lentamente e quando non ho più fiato, mi riempio le narici sentendo agli odori che oggi si ricordano appena, del pane di casa fatto con il forno a legna ricavato dai rami di agrumi tagliati l’anno prima e che alimentavano la stufa d’inverno, ed ecco ricordare l’odore acre del fumo che usciva dalle fessure concentriche di ghisa in quelle interminabili sere in cui il sole andava a dormire nell’orizzonte già nel primo pomeriggio per fare posto alla Luna Piena, a quella faccia rotonda che faceva capolino fra gli alberi di cipresso , quelli che a Natale facevano arrabbiare l’anziano Gelso perché con i loro rami si faceva il classico albero mentre Lui in quel periodo nudo delle sue foglie si sentiva inutile, ma allo stesso tempo orgoglioso e fiero di sé.
Già, quelle sere in cui finiti i compiti, e gustato pane caldo con olio ed origano oppure merende di marmellata, quella nei barattoli di vetro senza etichetta perché fatta in casa, e giocato un po’ con le biglie di vetro o con il gattino appresso al gomitolo di lana rubato alla mamma, si facevano rudimentali disegni sui vetri appannati dalla condensa e di colpo chiudevamo le ante di legno quando più in là la Luna scompariva dietro nuvole nere e minacciose mentre un fulmine solcava il cielo abbagliando la spoglia campagna.
Con la paura nel cuore aspettavamo l’arrivo del tuono, e ci tappavamo le orecchie con le nostre mani rosee per non sentire quel boato e ci sentivamo ancora più soli, senza la compagnia della faccia amica su nel cielo, che invece d’Estate brillava e ballava con le stelle al suonare di un’orchestra di rane gracidare nel Ciane , o con le serenate dei grilli di notte, da non fare per nulla al mondo invidia al Sole che di giorno invece riscaldava ed invogliava al canto le cicale nascoste fra gli alberi mentre una povera mosca cadeva nella tela argentata di un ragno sempre sveglio e vigile come una guardia.
Un bacio al Bambino Gesù nel Presepe di carta pesta con il bue zoppo chissà da quanto tempo (se non era Natale tutti i personaggi servivano come giocattoli e l’incidente alla gamba era successo giocando) e fuori a correre vicino all’enorme falò che sprigionava verso l’alto cenere e lapilli come a cercare inutilmente di imitare l’Etna che nelle giornate limpide si scorgeva in lontananza fra le colline dell’Eurialo vicino al Belvedere e il Lauro ad occidente per poi brindare al Nuovo Anno appena arrivato, segnato dai sordi rintocchi di un vecchio orologio a pendolo che spesso di notte veniva fermato tanto era forte e martellante il tic- tac, da disturbare il sonno e si aveva la sensazione che tutto ciò sarebbe durato per sempre, a restare bambini in eterno e si aspettava con ansia l’arrivo di amici e parenti, venuti a festeggiare l’atteso evento davanti ad una tavolata piena di delizie fatte in casa per far posto poi ai giochi di carte prima degli auguri .
Auguri autentici e sinceri come il vino nelle botti di legno accanto alle damigiane piene di olio d’oliva il cui odore si mescolava con quello dei salumi e dei formaggi appesi alle travi di legno o come l’abbraccio forte della nonna, che non arrivava mai a mani vuote, o con il classico regalino o con diversi pezzi da mille lire che finivano immancabilmente arrotolati nel salvadanaio ricavato da una vecchia scatola di scarpe e custodito nell’armadio insieme ai vestiti con l’odore di naftalina, controllando prima con un po’ di gelosia se il fratello più grande avesse ricevuto più soldi di te.
La ricordo sempre vestita di nero, segno di un lutto incontrato troppo spesso lungo la strada della sua esemplare vita, vissuta in quegli anni fra i Nebrodi che avevano visto nascere i miei genitori, una vita fatta di sacrifici e stenti, segnate dalla guerra e dalla povertà, parole ormai cancellate dal nostro vocabolario moderno, e mi pare di rivederla con i suoi capelli raccolti e la schiena curva con il suo viso scarno dalla mancanza dei denti che da tempo l’avevano ormai abbandonata.
Quanto tempo è passato da allora, quante cose sono cambiate, sembra ieri e mi vedo con le gambe sbucciate e impolverate dalle tante cadute con la bicicletta fra i bianchi sassolini delle strade sterrate, o fra i sentieri del boschetto di eucalipti lungo il fiume, a sentire il sussurrare del vento fra i papiri –una pianta che si sviluppa oltre che da queste parti solo in Egitto, madre nell’antichità dei primi scritti e quindi testimonianza preziosa del passato- che si inchinavano come sudditi al loro re e di colpo rialzavano la loro chioma tanto erano leggeri e flessibili felici di salutare le verdi alghe che allora si scorgevano benissimo tanto l’acqua fosse limpida e trasparente, così che era facile vedere benissimo una miriade di pesci e di girini fare festa intorno ad una mollica di pane gettata apposta per attirare la loro attenzione.
Capitolo I
All’arrivo della stagione calda il Grande Gelso era complice dei nostri giochi da bambini e ci vegliava facendo ombra con i suoi rami tanto possenti che non si flettevano per niente, nonostante fossero costretti loro malgrado per ore e ore a sostenere l’altalena - fatta semplicemente con una tavola d’abete e due funi annodate - e il peso di chi vi stava sopra a dondolarsi dolcemente ,chiudendo contemporaneamente gli occhi e gustandosi allo stesso tempo una bibita fresca, possibilmente una genuina limonata con del ghiaccio dentro che galleggiava come iceberg in un mare giallo come l’oro.
Se poi chi vi saliva era solo, senza cioè qualcuno a spingerlo, doveva necessariamente tendere le gambe con i piedi verso il tronco e così via per dare la spinta necessaria all’altalena, ed è facilmente immaginabile come il povero Gelso odiasse quelle lunghe giornate estive, con quel continuo sbattere contro la sua base, ma fosse allo stesso tempo felice di permetterci quello svago tanto gradito.
Era comunque difficile che ci si potesse annoiare, e oltre ai classici giochi infantili ormai inusuali, come il nascondino o a mosca cieca, o quello ancora attuale della bici, si poteva trascorrere il tempo facendo lunghe escursioni a piedi contemplando la natura, osservando con curiosità infantile i nidi delle formiche, tanti piccoli fori con attorno un cumulo di terriccio conico sparsi qua e là nei sentieri di terra calpestata dal cammino del cacciatore di conigli selvatici o dal contadino che aveva appena finito la sua giornata di lavoro, con appresso la classica “quartara”, un vaso di terracotta che al mattino veniva riempita d’acqua fresca e che rimaneva tale per quasi tutta la faticosa giornata di lavoro dall’alba al tramonto.
Si rimaneva stupiti nel vedere quei minuscoli animaletti camminare in fila indiana e vagare in lungo e in largo alla ricerca di cibo, anche a costo di salire sugli alberi e scendere giù con un pezzettino quasi invisibile di polpa di frutta dolce come lo zucchero, o vederli circondare in pochi attimi una farfalla morta incontrata lungo il cammino, e non ci si arrabbiava se magari una di esse ti saliva addosso quando stanco ti adagiavi sotto un albero incrociando le mani dietro la nuca con in bocca un piccolo ramoscello e alzavi lo sguardo verso il cielo limpido.
Era arrivata l’ora del pranzo, bisognava rincasare subito e magari per fare in fretta cercavi una scorciatoia fra i canneti di bambù cogliendo l’occasione per ricavarne un’utile canna da pesca, quando la pianta era già alta e il fusto quasi secco e flessibile, così nel primo pomeriggio ecco a stare per ore ad aspettare i pesci abboccare in un esca preparata in casa con farina, mollica e formaggio pecorino.
Spesso tornavi a casa con il cestino di vimini completamente vuoto, ma ciò non era importante, perché dentro avevi il cuore colmo di gioia e quello che contava per noi, figli adottivi del Grande Gelso, era divertirsi nella più totale spensieratezza e forse l’unico pensiero era quello della scuola, una scuola davvero unica e speciale perché fino alla metà degli anni settanta, a due passi da casa (non è un modo di dire, a due passi veramente tanto era vicina) c’era una scuola rurale ricavata da un vecchio magazzino adibito a deposito di agrumi ed attrezzi agricoli, in cui frequentai la prima elementare.
Quando si pensa alla scuola, si pensa naturalmente ad un via vai di bambini e genitori che li accompagnano, ai bidelli indaffarati nelle loro mansioni, al classico suonare della campanella all’avvio delle lezioni, si immagina l’aula affollata con quei banchi allineati come soldati in parata militare, si ricordano le immancabili ispezioni del il direttore che magari arrivava all’improvviso, ma per me questo romantico quadretto da libro cuore non sfiorava per niente la mia immaginazione, e avrebbe rappresentato la realtà soltanto qualche anno dopo, alle seconde elementari quando frequentai un istituto scolastico vero e proprio ubicato in città.
Provate ad immaginare una classe con altre due alunne soltanto oltre te, per giunta più grandi e quindi avanti come livello scolastico, con una maestra arrivare il mattino nella polvere della strada sterrata a cercare di evitare le galline appena uscite dal pollaio per scorrazzare nell’aia tirando fuori un povero lombrico di cui erano ghiotte o portare al becco un chicco di grano caduto durante il periodo di semina dal sacco del contadino, pensate per un attimo a quei banchi di legno, pesanti ed ingombranti costruiti in un unico corpo – sedia e telaio – con quei fori circolari in cui un tempo vi si incastravano le boccette colme d’inchiostro nero o bluastro a seconda le necessità, in cui l’alunno immergeva il pennino e come un pittore fa con la sua tela, dava vita in quello spazio bianco a veri e propri capolavori.
Immaginate una lezione interrompersi dall’arrivo improvviso, attraverso la porta aperta per gustare meglio il profumo della Primavera, di un gradito ospite, un pettirosso alla ricerca in quel soffitto fatto di vecchie travi, di un posto per il proprio nido, o ad una ricreazione consumata nell’erba fresca disturbata da una biscia o da un calabrone ronzare fra i nostri capelli o ancora in un rara giornata di pioggia – Cicerone definì Siracusa <
In tutta la nostra infanzia io e i miei fratelli avremmo consumato in questo modo circa un centinaio di palle da gioco più o meno grandi, la maggior parte finite appunto a mare e inscenato davanti all’aia veri e propri incontri di calcio utilizzando gli strumenti a nostra disposizione, con la porta del magazzino merci intesa come porta in senso calcistico, e il campo da gioco misto fra sterro, erba e cemento reso viscido dal muschio formatosi dal gocciolare continuo della fontanella e responsabile di mille rovinose cadute. Per non parlare poi di quelle poche volte in cui la palla finiva diritta verso la porta d’entrata della nostra casa, e allora si che erano guai grossi, perché era facile che la lastra di vetro, quello con cui dall’interno disegnavamo sulla condensa formatasi durante le fredde serate d’inverno, s’infrangeva in mille pezzi tanti quanto le parolacce dei nostri genitori nei nostri confronti per il danno nostro malgrado causato da un innocente gioco infantile.
Capitolo II
Anche un’altra calda e frizzante estate stava per giungere al termine , ed era arrivato il mese di Settembre con l’immancabile appuntamento degli acquisti per l’imminente arrivo dell’anno scolastico e si andava in città per riempirci di quaderni, matite, zaini e il classico diario illustrato della Vecchia Signora, con i suoi figli protagonisti di tante gesta sportive, aspettando con ansia che arrivasse il momento tanto atteso per incontrarsi con i compagni di classe, per poi concentrarsi sugli studi.
Già fin dai primi giorni del mese, il cielo si riempiva di nuvole sempre più scure e cariche di pioggia che arrivava spesso in quel periodo sotto forma di forti temporali, con gli immancabili tuoni che facevano di colpo zittire le rane le quali stavano già preparandosi per la stagione fredda, cominciando a ritirarsi fra i giunchi e i canneti lungo le sponde del fiume il quale con la caduta incessante delle piogge vedeva ogni giorno di più alzare il livello dell’acqua che spesso arrivava così alta da sfiorare il tronco del Grande Gelso situato tra l’aia e l’argine del Ciane, proprio sopra la scala in pietra composta da poco più di cinque gradini, con la quale si accedeva, scendendo al fiume, o per pescare o come faceva la mia mamma anni prima della mia venuta al mondo, per lavare i panni sporchi, come le antiche lavandaie della Fonte Aretusa.
La vedo laggiù, con il canestro pieno di panni, quando l’acqua era limpida e cristallina, e per fare il bucato si usavano metodi rudimentali, come il sapone fatto in casa, facendo bollire per diverse ore una mistura di soda caustica in un grande pentolone girando e rigirando con un lungo mestolo di legno, tanto da far sembrare mio padre – era lui che si occupava dei lavori più pesanti - uno stregone mentre preparava la sua pozione magica, trasformata il giorno dopo in cubetti di sapone pronto all’uso.
Nell’aria a parte la temperatura considerevolmente abbassata, si sentivano già i primi profumi invernali, come quello del fumo della stufa o della terra bagnata dalla pioggia, che poco a poco cominciavano a coprire quegli odori e quelle situazioni che ci avevano accompagnati per tutta l’estate come quello dei pomodori seccati al sole, poi pazientemente sistemati sott’olio – rigorosamente extra vergine d’oliva - in quei barattoli pieni di altre delizie, come i peperoni arrostiti e ridotti a strisce, o quanto altro ancora da far venire l’acquolina in bocca durante l’inverno quando venivano tirati fuori dall’armadietto in cucina. Come i legumi in sacchi di iuta nel magazzino assieme a sacchi colmi di mandorle dolci come lo zucchero, aperti con l’arrivo del Natale, sbucciate e spellate per preparare torroni e minestre di ceci e lenticchie calde, assieme alla salsiccia e ad altra carne, mesto segnale che pochi giorni prima viveva ancora e scorrazzava fra i campi assieme ai tacchini e le anatre un simpatico maialino dal destino già segnato ogni giorno ed ogni chilo in più.
Le corte giornate invernali erano per lo più passate in casa a fare i compiti scolastici o a provvedere alle piccole faccende affidate per lo più a noi maschietti, come portare dentro le legna per la stufa o per il forno, oppure a schiacciare le mandorle nel magazzino (….latte di mandorla…)o ancora a ripulire le foglie cadute dal Gelso o dalla vite sullo spiazzale dove solitamente ci riunivamo.
Tutto intorno infatti era tetro e freddo: il lungo tavolo di legno con l’immancabile tovaglia ricamata in casa era in garage, con le sedie su di esso come un ristorante chiuso, le bici e gli altri giochi messi da parte, il gattino non si allontanava mai dalla stufa e non scorrazzava come durante l’Estate, fuori nel muretto sull’argine ad adocchiare il cardellino in gabbia con la chiara intenzione di mangiarselo, se non veniva distratto da una lucertola a crogiolarsi al sole, o da un passero che aveva interrotto di colpo il suo volo per cibarsi di un seme di girasole.
Il fiume la cui corrente era un po’ più forte e l’acqua giallastra per via delle piogge, sembrava morto di ogni forma animale perché non si sentivano più gracidare le rane e non era più attraversato dalle bisce d’acqua, ma bastava usare una robusta rete attaccata ad una corda e calata dal vecchio ponte di pietra, il quale univa la strada principale alla nostra casa, per poi essere tirata di colpo e capire quanto esso fossero regno di anguille e trote nonché di cefali rimasti impigliati e base di gustose zuppe con la cipolla e i pomodori coltivati con amore e pazienza nell’ orticello.
Nel grande giardino che si estendeva fino alla statale non c’erano i tubi d’alluminio che collegati alla trivella alimentavano d’acqua durante la stagione calda gli alberi d’agrumi ma a terra cresceva incontrastata l’ortica con le sue foglie pungenti e l’acetosella con i suoi eleganti fiori gialli mentre il terreno veniva lavorato dai lombrichi che in pochi secondi uscivano dalla terra umida per poi interrarsi, mentre su nella ringhiera della scala esterna d’accesso al secondo piano la vite era orfana al contrario dell’estate di quei dolci acini turchesi che finivano immancabilmente nella tavola e di cui erano ghiottissimi i calabroni.
Al pomeriggio ci si metteva davanti la tv per guardare i classici cartoni animati che hanno fatto storia, operazione complessa per gli apparecchi di allora: ci volevano almeno due- tre minuti prima che si accendesse e per giunta, dopo bisognava accontentarsi di due canali televisivi che comunque cominciavano a trasmettere a partire da un certo orario, ma si stava lo stesso stupefatti a guardare quelle figure in bianco e nero allungate e difformi dallo schermo parabolico, fino a quando appena dopo cena si andava a letto subito dopo “Carosello”.
Solo negli anni successivi con l’avvento delle altre reti e del colore si raggiungevano piccole grandi conquiste, avendo la possibilità di scegliere liberamente ciò che si voleva vedere e seguire, con immagini come nella realtà. Indimenticabile e storico per gli Italiani quel caldo pomeriggio di Luglio dove nella terra dei toreri e della paella soldati dalla divisa azzurra conquistarono e alzarono in cielo il loro trofeo d’oro, e ricordo come se fosse ieri la gioia per quelle tre cannonate verso il germanico avversario con la testa reclinata per la sconfitta.
E allora a far festa in città nei lunghi cortei e caroselli d’auto a gridare a squarciagola in un tripudio di tricolori fino a tarda notte, ricordi ormai lontani, rievocati più avanti con le conquiste bianconere.
CAPITOLO III
Così piccolo com’ero, nonno Nicolò sembrava ai miei occhi ancora più alto e possente di quanto fosse in realtà nonostante il male oscuro lo avesse piegato nel corpo e soprattutto nella mente fin dalla gioventù quando all’improvviso Iddio si era voluto portare in Cielo il dolce fiore della sua vita appena il tempo di avergli dato tre frutti ancora acerbi quando rimasero senza la loro mamma.
L’ultimo frutto non ebbe neanche la fortuna di vedere la luce del Sole, staccato troppo presto dall’albero della vita, piegato da una tremenda caduta durante un lungo e faticoso cammino, cosa normale per quei mesti tempi del dopoguerra quando si facevano chilometri e chilometri per le attività quotidiane, a maggior ragione per guadagnarsi un tozzo di pane andando a mietere il grano chissà dove, dormendo in quei casolari di pietra a secco in mezzo alla campagna e tornando fra le mura domestiche dopo una lunga assenza.
Aveva cercato di reagire, la mia povera nonna, non pensando subito al peggio, credendo che nel suo grembo tutto fosse a posto, senza sapere invece che il destino amaro stava per bussare alla loro umile porta dove mio nonno attendeva invano il medico che forse avrebbe potuto almeno salvare la vita alla sua donna, ma il suo netto rifiuto dettato probabilmente per motivi economici, fecero si che si compisse il fato.
Più che alla ricerca di una nuova compagna , consapevole che nessun’altra donna avrebbe potuto colmare d’amore il suo cuore sempre più debole, con tre piccole bocche da sfamare, Nonno Nicolò dopo aver invano chiesto aiuto ai parenti, si mise alla ricerca di una donna che potesse accudire i suoi cuccioli, trovando tuttavia sulla sua strada solo delusioni e sfortuna.
Il pensiero amaro verso quel medico che si era rifiutato di intervenire, la situazione economica che peggiorava di giorno in giorno, la sfiducia verso le istituzioni, cominciarono pian piano ad aggredire la sua mente fino a quando rinchiuso in una clinica psichiatrica venne sottoposto a micidiali cure – normali per quei tempi, avari di conoscenze mediche basilari che avrebbero potuto benissimo salvarlo- riducendolo in un fantasma vivente, con il cervello in cui erano rimasti impressi quei momenti.
Lo ricordo così, quando dopo quasi quarant’anni di umiliazioni, venne amorevolmente accolto nella nostra famiglia dandogli la possibilità di trascorrere umanamente gli ultimi anni della sua sfortunata esistenza:
a momenti di apparente lucidità in cui sembrava un normale vecchietto, curvo e dondolante con il mozzicone di sigaretta in bocca, alternava attimi di panico quando gli venivano in mente brutti episodi, imprecando Dio e i Santi o nominando persone a noi sconosciute ma che sicuramente erano esistite e che magari aveva incontrato, ad attimi in cui rideva a crepapelle come un bimbo felice, per poi a volte riempirsi gli occhi di lacrime quando invece si delineava nella sua mente un ricordo bellissimo.
Sono ormai passati tanti anni dai quei momenti indimenticabili impressi nella mia memoria come quelle frasi incise sugli eucalipti e sul vecchio ponte di pietra dal quale oggi si scorge appena un piccolo rigagnolo, niente a confronto del maestoso corso d’acqua che era allora il Ciane, testimone come il Grande Gelso del mio passato e di antichi ricordi. E non ci sei più tu assieme a noi Caro Nicola, non ci sei fisicamente ma nei nostri cuori, hai raggiunto il Cielo che in fondo era anche il fine del Grande Gelso. E sono sicuro che anche Lui con i suoi maestosi rami lo ha già fatto, dopo averci per anni coccolato e come tu caro fratello hai lasciato un ricordo indelebile, anche Lui ha lasciato dentro di noi cose ormai dimenticate dal tempo.
“Un libro mai letto è come una farfalla con ali socchiuse: la vedi ferma su un fiore ma non appena ti avvicini le sue ali si aprono come le pagine che mostrano i suoi colori”
A Nicola



